Category Archives: Psicologia della salute

informare il paziente su patologia

La comunicazione della diagnosi

“…ciò che si affronta non è semplicemente patologia o fisiologia, ma persone che lottano per adattarsi e per sopravvivere…”
(Oliver Sacks)

Il momento della comunicazione di una diagnosi medica segna il confine fra il normale ed il patologico

Quando ci apprestiamo ad eseguire un qualunque accertamento medico, il momento del responso ha sempre il potere di generare un alone di “suspance” che ci fa trattenere il fiato; un cocktail emotivo di timore e voglia di sapere, talvolta difficile da gestire. Questi sentimenti sono tanto più forti quanto più l’esito dell’indagine che andiamo a fare sul nostro corpo avrà il potere di condizionare la nostra esistenza.
Il momento della comunicazione di una diagnosi medica segna il confine fra il normale ed il patologico e in certi casi fra essere sani o malati; una diagnosi in certi casi può avere il potere di cambiare l’immagine e la considerazione che un soggetto ha di sé a prescindere dalla presenza di sintomi, poiché quello che genera questo processo non è tanto lo stato di malattia con i suoi sintomi, ma il vissuto. Chi si vive come malato può identificarsi con la patologia che gli è stata diagnosticata, perdendo così la propria singolarità e il senso della propria identità; dunque “il soggetto” che soffre di cuore può diventare agli occhi di se stesso e degli altri “un cardiopatico”.

comunicazione diagnosi al paziente

Non a caso il neurologo Oliver Sacks nel libro “Risvegli”, da cui è stato tratto il celebre film omonimo, a proposito della relazione fra medico e paziente durante il processo di cura dice: “ Il medico ha a che fare con un soggetto umano in lotta per conservare la propria identità in circostanze avverse e minacce difficilmente immaginabili.

Fino agli anno ’60 del secolo scorso la prassi medica nella comunicazione della diagnosi tendeva a scegliere come interlocutori i familiari; ad essi infatti spettava la maggior parte dell’ accudimento del paziente, visto che non vi era ancora la cultura della prevenzione e dell’ospedalizzazione; dunque la cura della malattia avveniva prevalentemente a domicilio e sempre nella fase acuta.

 

I casi di prognosi infausta o di malattia cronica degenerativa

Nei casi di prognosi infausta o di malattia cronica degenerativa i medici consigliavano di non rivelare ai pazienti l’incurabilità. Ciò dava origine ad un processo di separazione fra sani e malati e di un clima omertoso intorno al paziente, il quale si trovava a vivere la propria condizione di paura e sofferenza nella piena solitudine.
Attualmente la deontologia medica è orientata, salvo casi particolari, a rendere il paziente totalmente partecipe al processo di cura in ogni sua fase, compresa quella terminale. Ciò è stato senz’altro facilitato dall’ingresso nella prassi medica del “consenso informato”, che obbliga il curante ad informare il paziente rispetto ad ogni intervento diagnostico e di cura che lo riguardi.

P. Noll nel saggio “Sulla morte ed il morire” dice che: “…il dialogo tra chi sa che il suo tempo sta per scadere e chi ha ancora davanti a sé un tempo indefinito, è molto difficile. Il dialogo non s’interrompe con la morte, ma ben prima. Manca un elemento fondamentale che normalmente viene dato tacitamente per scontato: la “comunanza.”

Nell’era moderna l’avanzamento della ricerca medica suo malgrado ha dato origine all’idea diffusa ed erronea che si possa curare ogni patologia; insieme ad una sempre maggiore diffusione della “cultura del narcisismo” (C. Lasch) ciò ha portato ad un crescente scollamento della sofferenza e della morte dalla quotidianità, esasperando così la difficoltà di comunicare e condividere vissuti, sentimenti e sofferenze fra sani e malati.
Un ulteriore problema a discapito della comunicazione è dovuta alla “parcellizzazione del paziente”, ovvero la tendenza da parte del medico ad occuparsi ed a curare la patologia di sua stretta pertinenza a discapito della perdita della visuale sul paziente; la conseguenza è che egli abbia si trovi ad avere molti referenti di cura, ma di doversi improvvisare medico di se stesso per sopperire a quella sorta di “miopia olistica”di cui la classe medica pare essere afflitta a causa della propria iper – specializzazione.

 

La conoscenza della diagnosi relativa ad una patologia – specie se grave – può provocare un periodo di shock

informare il paziente su patologia

La conoscenza della diagnosi relativa ad una patologia – specie se grave – può provocare un periodo di shock e confusione, che permarrà per un tempo che è strettamente proporzionale alle capacità di adattamento di cui di base il soggetto in causa è dotato. Vi sono comunque dei cambiamenti che intercorrono nel soggetto a partire dal momento della diagnosi e che tracciano il percorso di adattamento alla patologia a partire dall’accettazione della diagnosi.

 

Cosa cambia nel paziente

L’accettazione della malattia è il frutto dell’esperienza, della personalità e delle conoscenze antecedenti all’insorgenza della malattia stessa del paziente, compreso anche il suo vissuto corporeo. Ad ogni modo la malattia è un evento che minaccia il soggetto nell’integrità della sua fisicità, della sua esistenza individuale e relazionale, capace di esasperare alcun e caratteristiche di personalità e comportamentali.
Le tematiche che entrano in gioco sul piano esistenziale sono di per sé molto potenti e pongono il soggetto a nudo rispetto a talune sovrastrutture cognitive e mentali attraverso cui generalmente è abituato ad affrontare la vita nel quotidiano.
Le tematiche più ricorrenti che si configurano nella mente di un paziente, generate da uno stato di malattia sono: (Bonino, 1988)

  • minacce alla vita
  • invalidità, menomazione e dolore
  • minacce alla propria identità
  • modificazione dell’immagine di sé
  • paura per il futuro
  • perdita del controllo
  • perdita dell’autostima
  • perdita della realizzazione di sé
  • perdita della sicurezza
  • difficoltà di controllo delle emozioni
  • senso d’impotenza
  • impatto con situazioni e persone nuove (luoghi di cura…)
  • minacce alla vita di relazione
  • separazione dalla famiglia
  • separazione dal contesto sociale (lavoro, amici …)
  • perdita di status sociale
  • dipendenza dagli altri

Dal momento della diagnosi in poi la qualità del pensiero, anche a causa della pervasività delle succitate paure, reali o fantasmatiche che siano, assume caratteristiche più concrete rispetto a quelle usuali e centrate maggiormente sulla propria persona.
L’attenzione tende ad essere focalizzata principalmente sul corpo e alle condizioni somatiche; questa focalizzazione può portare ad amplificare e distorcere ogni percezione corporea e ad interpretarla come un sintomo correlato alla patologia in corso o addirittura come un repentino segnale di progressione della malattia.
La patologia diventa l’aspetto centrale dell’esistenza del paziente. La percezione dello stato di salute o gli eventi clinici correlati condizionano gravosamente le connotazioni naturali della vita del paziente, dando luogo ad una sorta di “egocentrismo patosomatomorfico”:
La focalizzazione sul corpo e i suoi sintomi può portare a distorsioni percettive relative a se stesso e agli altri; si può ridurre la visuale esistenziale, compromettendo le capacità progettuali e dando luogo ad alterazioni spazio- temporali; si possono ridurre le capacità empatiche e i comportamenti pro sociali, generando proiezioni di sentimenti personali sugli altri e cadere in una sorta di “chiusura narcisistica”.
Il “clima emotivo” del soggetto è caratterizzato da sentimenti di sconforto e sarà tanto più inconsolabile quanto più egli avrà la convinzione di non avere prospettive di guarigione.
J. Lipowsky (1975) riconosce come reazioni normali allo stato di malattia quelle riportate di seguito, in quanto coerenti ad una condizione di passaggio verso uno stato di adattamento “fisiologico” alla patologia:
– restringimento degli interessi
– egocentrismo
– particolare attenzione ed ipersensibilità alle percezioni delle funzioni somatiche
– instabilità dell’umore
– insicurezza
– desiderio di solidarietà

Le suddette reazioni diventano però degne di attenzione clinica e di cura, se tendono a cronicizzarsi o a prendere connotazioni disfunzionali per la qualità di vita del soggetto e per la cura stessa. Ci sono infatti delle reazioni che il soggetto può avere rispetto ad esempio al “ruolo” di malato, che per loro caratteristiche e tempistica della malattia e della cura che potrebbero essere sia una facilitazione che un problema ostacolante per la cura stessa.
Un paziente può rapportarsi con il ruolo di malato nei seguenti modi:

  • adottarlo ed abbandonarlo al momento della guarigione
  • respingerlo ed evitarlo
  • adottarlo prontamente e non rinunciarvi al momento della guarigione
  • tentare di evitarlo e poi arrendersi ed attaccarvisi.

Ci sono poi dei processi dinamici in risposta alla malattia che modificano le modalità relazionali, come a d esempio la regressione, il rifiuto e la dipendenza.

La regressione è un processo psicologico che implica l’adozione di modalità di pensiero e di comportamento più primitivo rispetto alla modalità solitamente utilizzate dal soggetto.
Nel processo di malattia e cura un certo grado di regressione è comune a molti pazienti ed in una fase iniziale di approccio al paziente favorisce la cooperazione con il personale sanitario; la persistenza di atteggiamenti regressivi può complicare la degenza ed ostacolare la guarigione

Il rifiuto può essere un segnale di fragilità personologica e di difficoltà di adattamento a situazioni nuove. Il soggetto può percepire la malattia come un elemento fortemente disgregativo. Il rifiuto ad accettare la malattia
può essere un elemento di forte impedimento al processo di cura ed alla cooperazione con il personale sanitario

La dipendenza

Il paziente dipendente tende ad abusare del ruolo di malato e tende a manipolare la figure di riferimento ed il personale sanitario per ottenere dei benefici secondari.

La manipolazione può coinvolgere anche la malattia stessa

Questo tipo di paziente è particolarmente richiedente e tende a porsi in maniera passiva e vittimistica. Il ruolo del malato è un tipo di comportamento che rimpiazza altri ruoli abituali e comporta uno sgravio di responsabilità e l’obbligo di ricorrere all’aiuto di altri e rimettersi al parere di persone competenti (personale sanitario)

In tutti i casi ravvisati è auspicabile che il paziente e i familiari possano trovare sostegno e ausilio in figure professionali idonee, nonché poter ricorrere ad un sostegno psicologico, in modo tale che lo stato di malattia non sia vissuto come un dramma interiore esperito in solitudine.

 


psicoterapeuta monza

Perché i pazienti non si attengono alle prescrizioni del medico?

La salute è uno dei valori più largamente condivisi della popolazione, indipendentemente dalla cultura, stato sociale, paese di appartenenza. Allo stesso tempo è l’ambito in cui un rilevante numero di persone mette in atto dei comportamenti che non sono coerenti con il raggiungimento o il mantenimento della salute stessa, fra cui uno dei più diffusi e apparentemente innocuo è quello di non attenersi adeguatamente alle prescrizioni mediche, specie se esse richiedono la messa in atto di comportamenti di tutela della salute o di modificare alcuni aspetti del proprio stile di vita.

Il sapere scientifico e le informazioni riguardanti la salute in possesso di un soggetto sovente non si esplicano nella messa in pratica di comportamenti di tutela per la salute. Ciò fa pensare che questo fenomeno non riguardi quindi soltanto il livello d’informazione in possesso del soggetto relativo ai problemi di salute e malattia, ma implichi l’entrata in gioco di alcuni fattori psicologici che esulano dall’avere una correlazioni con i fattori culturali e di conoscenza.

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Il comportamento di non aderenza è un fenomeno endemico ed ingravescente

Il comportamento di non aderenza pare essere un’epidemia invisibile (Clepper, 1992) che genera costi economici e sociali insospettabili. Le prescrizioni non vengono seguite con una frequenza che varia dal 4 al 92% con una frequenza modale che va dal 30 al 60% (Sackett e Haynes, 1976; Masek, 1982).
Negli Stati Uniti ed in Inghilterra su circa 750 milioni di nuove prescrizioni annuali sono prevedibili 520 milioni di casi di parziale o totale non aderenza nello stesso anno (Buckalew e Sallis, 1982).
La Food and Drug Amministration segnala che la maggior parte delle spese sostenute dagli Stati Uniti per morbilità o mortalità legate ai farmaci è associata ad ospedalizzazioni che avvengono per problemi di non adherence quali: l’assunzione di farmaci in quantità eccessiva o insufficiente, l’assunzione di farmaci in associazione scorretta e l’assunzione di farmaci in associazione con alcool ed alimenti.

Cenni storici

La disobbedienza alle indicazioni per preservare il proprio stato di salute e il proprio benessere è un fenomeno da sempre noto non solo in campo medico. Infatti l’episodio biblico di Eva che mangia il frutto proibito può essere il primo caso di non aderenza terapeutica della storia. (Blackwell, 1992) e lo stesso Galeno nel 140 D.C. accennava a problemi di aderenza da parte dei suoi pazienti.

Compliance e Aderenza non sono sinonimi

Nella letteratura scientifica per riferirsi alla disobbedienza di un paziente alle prescrizioni mediche si trovano sostanzialmente i termini inglesi “compliance” e “adherence” usati come sinonimi; in realtà queste due parole concettualmente non possono essere considerati tali.
.Per “Compliance” s’intende infatti “Il grado in cui il comportamento del paziente coincide con la prescrizione del medico” (Haynes,1979)
Questo termine è figlio del modello Bio- Medico della concezione della salute e della malattia, che ha caratterizzato le scienze mediche fino agli anni sessanta del secolo scorso, in cui il rapporto medico – paziente era di tipo paternalistico; secondo questo modello la salute era definita come l’assenza di patologie; la malattia invece come un’alterazione delle variabili biologiche scientificamente rilevabili e misurabili che deviano dalla norma; la prevenzione infine consisteva nell’informazione su ciò che è nocivo e su ciò che è salutare attraverso la prescrizione; di conseguenza la “non compliance” aveva insita una valutazione negativa del paziente, poiché gli attribuiva la completa responsabilità della mancata adesione alla terapia e quindi anche della mancata guarigione.
Il termine “aderenza” viene utilizzato per la prima volta negli anni novanta, quando la salute comincia ad essere concepita come la risultante di variabili bio-psico- sociali e non solo bio-mediche e l’organizzazione Mondiale della Sanità la definisce non a caso e forse anche in una forma piuttosto utopistica come “…una condizione di armonico equilibrio funzionale, fisico e psichico dell’individuo, integrato nel suo ambiente naturale e sociale”. La malattia di conseguenza viene intesa come un evento che minaccia il soggetto nella sua globalità, sia nell’integrità fisica con il dolore, la menomazione e l’invalidità; nell’identità psichica con la modificazione dell’immagine di sé, con la perdita parziale o totale della progettazione e con la perdita del controllo delle emozioni; infine nella sua esistenza individuale, relazionale e sociale con l’alterazione del rapporto fra sé e gli altri.
Il concetto di “adherence” non implica soltanto l’adesione alla prescrizione farmacologica, ma anche la messa in atto di comportamenti adattivi e funzionali alla cura, come ad esempio entrare in un programma di trattamento e portarlo avanti con continuità (persistency), rispettare gli appuntamenti per le visite di controllo, assumere i farmaci in modo corretto, attuare appropriati cambiamenti nello stile di vita, gestire correttamente i regimi terapeutici domiciliari, evitare comportamenti a rischio per la salute; dunque l’ aderenza ad una prescrizione medica è il risultato finale di una collaborazione tra medico e paziente, caratterizzata da un buon grado di condivisione delle scelte terapeutiche e dall’interiorizzazione delle prescrizioni mediche da parte del paziente (Meichenbaum e Turk,1987).
Il rapporto medico-paziente deve essere quindi basato su una piena collaborazione fra le parti e la partecipazione attiva del paziente al processo di prevenzione e di cura.
Il medico ed il paziente, seppur nel rispetto dei propri ruoli, formeranno una coppia terapeutica in cui ambedue avranno un ruolo di collaborazione nella costruzione di un rapporto basato su un’alleanza nel raggiungimento degli obiettivi e degli strumenti di cura; di conseguenza il paziente dovrebbe essere dotato di “autoregolazione” (self-regulation). Un alto livello di aderenza è anche il risultato in una vera e propria educazione alla salute che il curante dovrebbe svolgere per aiutare il paziente a raggiungere sostanzialmente i seguenti obiettivi: aiutarlo a responsabilizzarsi del soggetto sul suo stato di salute/malattia e ad aumentare la consapevolezza dei propri atteggiamenti e comportamenti nei confronti del suo stato di salute/malattia.

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I fattori positivi e negativi che influenzano l’adesione al processo di cura

I cambiamenti del panorama sanitario dell’ultimo trentennio e lo sviluppo di una medicina sempre più iper- specialistica hanno contribuito all’aumento della non aderenza. Altre cause sono: la scoperta di nuovi farmaci utili nel controllo delle malattie acute, l’allungamento della vita media della popolazione, l’aumento delle malattie croniche che richiedono schemi terapeutici complessi a tempo indefinito, l’incremento produzione di farmaci diversi con indicazioni analoghe, l’aumento delle prescrizioni di modificazione di stili di vita (correzione dei fattori di rischio comportamentali), la gestione multidisciplinare del paziente quindi aumento degli operatori sanitari di riferimento, la crescita del livello d’informazione di cui il paziente dispone e relativo sviluppo di un atteggiamento critico e infine il ricorso alle medicine alternative.
Da un punto di vista psicologico non sembra esistere un profilo del soggetto non aderente, ma esistono però delle categorie di pazienti maggiormente a rischio di non adesione, quali ad esempio quelli molto giovani, i soggetti anziani, i pazienti psichiatrici, i pazienti che si trovano in una condizione di depressione i di solitudine.
Si può inoltre asserire che la non aderenza sia un fenomeno multifattoriale creata sia da fattori specifici, come quelli legati alla malattia, al farmaco e al tipo di prescrizione, che aspecifici, come quelli legati alla tipologia del paziente o alla relazione medico – paziente.
Altre condizioni che possono facilitare la non aderenza sono: la presenza di una malattia cronica, le fasi asintomatiche di patologie note, l’assenza di rischi immediati o a breve termine, la prescrizione di modificazione dello stile di vita, le terapie prescritte a fini preventivi.
Le condizioni facilitanti sono: l’alta possibilità di controllo e il monitoraggio del paziente, le fasi iniziali della terapia ad esordio acuto, l’ospedalizzazione o il day-hospital, la somministrazione diretta della terapia come ad esempio la chemioterapia, le iniezioni e la somministrazione del farmaco in endovena.
Gli autori Haynes Sackett (1976) riassumono nei punti seguenti i fattori facilitanti e quelli deterrenti all’adesione terapeutica:

  • Fattori positivi
  • Il paziente ritiene seria la malattia
  • Posologia agile
  • Vita familiare e sociale stabile
  • Assenza o buona tollerabilità degli effetti collaterali
  • Stretto controllo del personale sanitario sui farmaci
  • Indicazioni ed informazioni chiare da parte dei sanitari
  • Buon rapporto medico-paziente

I Fattori negativi invece sono:

  • Regime terapeutico complicato
  • Richiesta di cambiamento di stili di vita
  • Effetti collaterali spiacevoli
  • Malattia cronica
  • Vivere da soli
    Mancanza di un immediato ritorno dei sintomi in caso di sospensione della cura
  • Incomprensione della gravità della patologia
  • Incomprensione delle prescrizioni
  • Istruzioni poco chiare sulla patologia e sul farmaco
  • Disturbi della memoria

Come intervenire preventivamente contro la “non aderenza”

Un primo modo di fondamentale importanza per prevenire e trattare la non aderenza è quello di eseguire da parte del curante un’anamnesi clinica approfondita anche di tipo psico-sociale, che indaghi sulle seguenti aree: l’esistenza o meno di una storia pregressa di aderenza/non aderenza, lo stile di vita, la regolarità lavorativa, il rapporto con le regole, la puntualità, l’accettazione della patologia, la capacità di “coping”, quest’ultima intesa come: “L’insieme dei tentativi per controllare gli eventi ritenuti “difficili” o superiori alle nostre risorse…” (R.S. Lazarus, S. Folkman; 1984).
In secondo luogo sarà necessario: Esaminare le dinamiche relazionali avvenute all’interno della coppia medico-paziente; verificare livello di conoscenza e interiorizzazione della prescrizione del paziente; esaminare i fattori specifici della patologia e della terapia che possono aver contribuito alla non aderenza; verificare il livello di accettazione ed adattamento del paziente alla patologia e l’eventuale invio allo psicologo della salute per supporto individuale o di gruppo.

 

 


ammalarsi per lo stress

Le relazioni tra stress, emozioni e cancro

Sussistono relazioni tra stress, emozioni e cancro?

1. cenni storici

“Così la mente logorò il corpo e alterò il sistema dei nervi e questi a loro volta aggravarono i guasti della mente finché, per azione e reazione, la sua salute non fu seriamente compromessa” (Anne Bronte, Agnes Grey, 1847)

In questa breve frase Anne Bronte con semplici parole descrive magistralmente l’interrelazione esistente fra la mente ed il corpo e di come l’una sia artefice e allo stesso tempo vittima della sofferenza dell’altro.
Nell’antichità il paradigma che fra mente, corpo e malattia vi fosse una stretta interrelazione attraversava da oriente ad occidente il mondo del sapere e della medicina in particolare.
Con l’avvento del Positivismo si assiste ad una sorta di certificazione paradigmatica dello scollamento fra mente e corpo, che sarà la base su cui si costruiranno le dottrine del sapere scientifico dell’era moderna. La divisione mente – corpo in realtà ha origini più remote; tradizionalmente infatti si attribuisce a Platone la responsabilità di aver diviso il corpo in mentale e fisico; questa concezione dell’essere umano, passando attraverso il pensiero di S. Agostino, trova la sua massima espressione in Cartesio (res cogitans e res extensa) e nel Positivismo, in cui la mente e il corpo sono comparate fra di esse attraverso differenti visioni e rappresentazioni.

Se d’altra parte il mondo dell’arte sembra essere meno contaminato da questa tendenza, visto che riesce a rilevare con particolare acume e rigore empirico fenomeni inconfutabili della realtà, come si evince nella frase della Bronte, il mondo scientifico moderno rimane tuttora ancorato ad una visione deterministica e parcellare dell’organismo. Come sarà esposto brevemente, l’evoluzione scientifica e il progresso della medicina in particolare, se da una parte hanno riportato vittorie fondamentali contro il “male”, che hanno permesso un allungamento della sopravvivenza della popolazione generale senza precedenti, dall’altra ha esasperato la scissione del corpo dalla mente, dello “psichico” dal “fisico”.

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2. Vecchie e nuove patologie: dalle patologie infettive alle patologie “comportamentali”

Per secoli le scienze mediche hanno concentrato l’attività clinica e di ricerca nel debellare le patologie di carattere infettivo. L’origine infettiva delle patologie maggiormente diffuse avevano facilitato il suffragio di un costrutto “deterministico” della malattia in senso lato; la malattia infatti era considerata come l’alterazione dalla norma di dati biologici da parte di un agente patogeno. La salute di conseguenza era definita come l’assenza di malattia. L’intervento medico quindi avveniva sempre in una fase acuta della patologia e la cura era necessariamente di tipo secondario o terziario. L’origine infettiva della maggior parte delle patologie ha confortato la visione “biomedica” e deterministica dell’eziologia della stessa, riconducendone l’origine ad un agente patogeno unico ed esogeno.
La scoperta dei primi vaccini debella le malattie causa delle più gravi pandemie della storia, mentre gli antibiotici rendono curabili molte malattie precedentemente mortali; inoltre la loro produzione industriale, rende accessibile la cura ad ampie fasce della popolazione. Grazie alle prime grandi campagne vaccinali nasce la cultura della prevenzione e quella che oggi generalmente chiamiamo “medicina preventiva”. Inoltre negli anni successivi una diagnosi e un intervento sempre più precoce e preventivo determinano un cambiamento drastico delle cause di morte. Infatti a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, non si muore più per patologie infettive, ma piuttosto per patologie conseguenti la messa in atto di comportamenti “a rischio” per la salute. Nascono così le cosiddette “patologie moderne”.
Le “patologie moderne” generano obbligatoriamente una revisione da parte del mondo scientifico dei costrutti di riferimento vigenti fino ad allora. Il modello “deterministico” infatti poco si addice alle nuove patologie, visto che si presentano per loro caratteristiche come multifattoriali.
Dunque il modello “A causa B” si dimostra limitato ed insufficiente a spiegare completamente l’insorgenza di alcune patologie in soggetti cosiddetti “non a rischio”. In effetti questo tipo di patologie evidenzia anche agli scienziati più “organicisti” e “deterministi” che lo stesso sintomo può essere generato da molti fattori. In realtà nel mondo scientifico questa evidenza non era così sconosciuta, ma semplicemente ignorata e resa secondaria rispetto alla corrente di pensiero preponderante. Basta infatti ricordare i primi esperimenti su animali da laboratorio che H. Selye, riconosciuto oggi come il padre della psiconeuroendocrinoimmunologia, eseguì nel 1936. Gli esperimenti evidenziarono come l’inoculazione di sostanze chimiche diverse generassero nell’animale gli stessi sintomi, dando origine ad una sindrome comune, che prese il nome di “sindrome generale di adattamento”.

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3. E’ solo stress…

Se andiamo a cercare questa parola sul vocabolario, troveremo definizioni del genere:
– “Tensione nervosa, logorio conseguente specificatamente a ritmi di vita frenetici”
– “Qualunque condizione fisica, chimica e psichica che esercitando uno stimolo dannoso sull’organismo ne provoca la reazione”.
“Una reazione stereotipata dell’organismo di fronte a stimoli (definiti stressor) potenzialmente pericolosi per l’integrità psicofisica”.
Le tre definizioni danno bene o male l’idea che lo stress sia la risultante di una stimolazione che genera una qualche modificazione sull’organismo e che, se persistente, può arrecare danno all’organismo stesso. Tutto ciò sembra però riferirsi ad un ambito prevalentemente psicologico.
E’ purtroppo una cruda realtà riscontrare che anche negli ambiti più fortemente medicalizzati “la reazione da stress” sia considerata un fenomeno di poco conto, al punto tale da essere banalizzata e dunque non curata. La maggior parte dei medici ignora le ripercussioni che essa può avere anche sul piano puramente organico; coloro che invece ne sono a conoscenza spesso ne prendono atto e casomai provvedono con la prescrizione della “doppietta” ansiolitico- antidepressivo. Lo stesso mondo medico che lo banalizza e lo relega a mero fatto appartenente al “mondo delle idee” di nota memoria platoniana, è anche quello che negli ultimi secoli ha puntualmente dimostrato quanto la reazione da stress sia un fenomeno biologico di tipo “olistico” e che attesta l’interrelazione esistente fra tutti i distretti corporei e le loro funzioni. Si potrebbe affermare che la “reazione da stress” sia uno dei fenomeni che mette maggiormente in crisi il riduzionismo e il determinismo applicato alle scienze mediche.
Già gli studi di Seyle sulla “Sindrome Generale di Adattamento” dimostrarono come differenti stimoli (stressor) producessero l’alterazione di specifici parametri biologici, quali l’ipertrofia corticosurrenale, l’atrofia del timo e delle ghiandole linfatiche e ulcere gastriche e dunque l’esistenza di un’alterazione che si ripercuoteva su vari distretti e apparati anatomicamente diversi e anche molto distanti fra di loro.

4. Correlati biologici nella reazione da stress

In relazione a quanto lo stesso Seyle aveva identificato, è ben chiaro che la reazione da stress coinvolga il sistema nervoso centrale (SNC), il sistema endocrino, cardiocircolatorio, gastrointestinale, immunitario e che l’attivazione degli stessi abbia un correlato con il comportamento e la sfera psichica di un soggetto.
Uno dei più suggestivi fra i tanti esperimenti a suffragio di quanto suddetto è quello eseguito da D.N. Hamilton nel 1974 su animali da laboratorio; egli dimostrò che topi di laboratorio esposti alla visione di un gatto attraverso una lastra di vetro per alcuni minuti al giorno per due settimane subivano una drastica diminuzione delle capacità immunitarie contro l’Hymenolepis Nana; evidenziò inoltre che i topi che continuarono ad essere sottoposti a questo tipo di stress, avevano probabilità maggiori di sovrainfezioni rispetto al gruppo di controllo. Questo esperimento è una testimonianza di come l’esposizione a stress acuti o cronici di tipo emotivo possa generare un’alterazione delle normali capacità di difesa di un organismo e di diminuire la sua resistenza biologica. (Hamilton D.R. “Immunosoppressive effects of predator induced stress in mice with acquired immunity to hymenolepis nana” Journal of Psychosomatic Research XVIII, 143, 1974).
La maggiore morbilità nei topi di cui sopra, è plausibile che sia stata dovuta all’attivazione del comportamento “attacco – fuga- freezing”. I topi probabilmente, non potendo scappare né attaccare, avranno vissuto la condizione di laboratorio con spavento e senso d’ impotenza nei confronti del felino. Lo stato prolungato di “freezing” li avrà alla fine ridotti alla condizione di “esaurimento”, indicata da Salye come l’ultima tappa della “Sindrome Generale di Adattamento”. L’organismo lungamente sottoposto ad un’iper- attivazione senza soluzione di sorta rispetto alla minaccia percepita, va incontro ad un calo delle risorse per adattarsi, a condizioni di disagio e pericolo e così diventa psicobiologicamente più vulnerabile e meno combattivo. Numerosi studi successivi hanno avvalorato quanto dimostrato nel succitato esperimento ed ormai accertato che lo stress, soprattutto se cronico, correli con condizioni di depressione e diminuzione delle difese immunitarie. Se cerchiamo di spiegare in termini neurobiologici cosa è avvenuto nei topi, potremmo sinteticamente dire che: l’esposizione allo stressor ha attivato il sistema adrenergico, dopaminergico, neurotrasmettitoriale e recettoriale sia a livello del SNC che periferico, l’asse ACTH – cortisolo, aumentato le catecolamine circolanti e generato la depressione delle funzioni immunitarie; se invece lo leggiamo in chiave più prettamente psicologica o esistenziale, possiamo dire che le povere cavie si sono ammalate perché hanno percepito lungamente sensazioni di minaccia per la loro sopravvivenza ed un profondo senso d’impotenza, non potendo mettere in atto un comportamento proattivo di difesa. L’unificazione di queste due chiavi di lettura dello stesso fenomeno danno luogo ad una visione psiconeuroendocrinoimmunologica della sperimentazione, in cui si suffraga come uno stato emotivo di minaccia, senso d’impotenza e di perdita possa alterare variabili biologiche e generare malattie.
Se numerosi studi su animali attualmente avvalorano quanto sopra esposto, molto più discussi e controversi sono gli studi nell’ambito umano. Vi sono infatti dei punti critici a riguardo a partire dall’identificazione e dal monitoraggio delle variabili da controllare, in quanto, come evidenziò R. Lazarus (1982) individui diversi mostrano altrettante risposte diverse allo stesso stimolo e lo stimolo si trasforma in “stressor” in base al significato psicologico conscio od inconscio attribuito dal soggetto che ne subisce l’effetto.
Le conclusioni di Lazarus, se da un parte aprono ad orizzonti più ampi relativi alla causalità degli eventi stressanti, dall’altra evidenziano la difficoltà di poter individuare, “misurare”e controllare la variabile “stressor” all’interno dei protocolli di ricerca, perché essi siano affidabili e dunque replicabili. Se poi immaginiamo di poter studiare la relazione fra cancro e fattori emozionali o le cause di stress cancro correlate, la cosa diventa a dir poco complicata, perché avremo sempre a che fare con una casistica “post hoc”. Infatti le svariate meta- analisi sulle ricerche nell’ ambito sottolineano la fragilità di questo punto sopra descritto; un altro punto fragile riguarda la misurazione del livello di stress (o oggetto stressante) o quella delle condizioni psicosociali, seppur rilevate attraverso test specifici, perché sono basati sulla narrazione soggettiva del paziente e non su dati obiettivi.

5. La mente e il cancro

Nell’ambito della relazione fra stress, emozioni e cancro, già Galeno (IIsec. D.C) riteneva soggetti più a rischio per patologie neoplastiche le donne cosiddette “melanconiche”, termine arrivato fino a giorni nostri per indicare un soggetto tendente alla depressione. Bisogna però arrivare fino alla fine del XIX secolo per riscontrare testimonianze scientifiche che annoverino l’esistenza di una interazione fra stati emotivi e cancro. Nel 1870 J. Paget nel testo “Surgical Pathology, Longman Green, 1870”, riporta l’osservazione clinica della esistente correlazione fra lo stato di depressione mentale (reattiva o pregressa) con lo sviluppo di patologie cancerose o il peggioramento del decorso.
Numerosa e controversa è tuttora la letteratura a riguardo e in questa sede sarebbe troppo lungo tracciare il percorso di ricerca che le scienze mediche stanno intraprendendo. Se è ormai avvalorato che condizioni psicosociologiche “negative”influiscano negativamente sulla prognosi e sul decorso delle patologie oncologiche, più controversa è la questione relativa al considerare la condizione psicologica del paziente come causa o concausa della patologia oncologica stessa. A testimonianza dell’attuale diatriba tuttora in auge, qui di seguito saranno riportate alcune considerazioni estratte da testi specifici di larga diffusione, scritti da grandi studiosi del settore. R.M. Sapolsky, famoso neuroendocrinologo e professore di biologia alla Stanford University, nel suo best seller “Perché alle zebre non viene l’ulcera”, dopo aver trattato lo stress come un indiscusso elemento eziopatologico di tutte le patologie cosiddette “moderne”, arrivato ad affrontare il capitolo sul cancro, sembra indietreggiare; addirittura attacca accanitamente colleghi come David Spiegel e le sue famose ricerche, in cui si attestava che il supporto psicologico aumentasse le aspettative di vita e diminuisse il rischio di recidive in donne con tumore al seno; conclude il capitolo con le seguenti parole: “ …Ci ritroviamo in acque estremamente interessanti ma torbide. Pare che non vi sia praticamente alcun legame tra una storia di intenso stress e una maggiore incidenza del cancro o una maggior rischio di recidiva dopo una remissione…” (op. cit. 243).

 

ammalarsi per lo stress
C. Boukaram, medico oncologo e professore universitario di neurologia a Montréal, specializzato in radiochirurgia ed esperto di fisica nucleare e neuropsicologia, Primario del dipartimento di Radiochirurgia all’ospedale Maisonneuve-Rosemont, sostiene esattamente il contrario. Nel libro “Il potere anticancro delle emozioni” (Ed. Urra 2012) riporta un lungo elenco di ricerche sperimentali e cliniche in cui si accerta l’impatto della dimensione psicologica sullo sviluppo e la gravità del cancro; egli stesso attraverso la sua lunga esperienza clinica come oncologo, gli studi di epigenetica, la fisica quantistica e la neuropsicologia, asserisce che : “Non credo che lo stato mentale debba essere percepito come la causa del cancro, ma in alcune persone predisposte può essere un fattore che contribuisce alla sua comparsa o a migliorare i risultati delle terapie mediche” (p.24) Sostiene anche però che: “…dimostrare una simile correlazione è complicato quanto quello di provare a filmare un sogno, perché la psiche, come i sogni, ha una natura astratta e soggettiva” (op. cit. p.23) .
Con questa frase Boukaram punta il dito non sulla veridicità o meno dell’esperienza clinica e fenomenologica, ma sulla limitatezza dei costrutti e della metodologia della ricerca attualmente in vigore nelle scienze mediche, che tuttora usano il modello “causa –effetto” con un andamento di tipo lineare (A causa di B). Il succitato David Spiegel, Professore Ordinario di Psichiatria alla Stanford University, dichiara che: “il cancro è una malattia che ci spiazza. Abbiamo pazienti che otto anni fa hanno sviluppato metastasi al cervello e che oggi stanno benissimo. Per quale ragione? Nessuno lo sa. Uno dei grandi misteri della chemioterapia è che talvolta consente di sciogliere completamente un tumore senza per questo determinare un significativo miglioramento della sopravvivenza. Il rapporto fra resistenza dell’organismo e progressione della malattia, anche da un punto strettamente oncologico, resta difficile da capire” (Spiegel D. “A 43- year –old woman coping with cancer” in Jama , 1999, 282- 4, pp.371-78).
Oggi è comprovato da numerosi studi che il cancro sia una patologia multifattoriale, che anche nell’organismo sano vi siano cellule tumorali e che agenti cancerogeni agiscano continuamente sul DNA cellulare danneggiandolo, ma che le stesse cellule abbiano una loro capacità intrinseca di ripararlo. L’organismo resta sano finché questo equilibrio viene mantenuto.
L’oncologo Walter Legnani nell’opera “Strane Coincidenze” (Ed. Franco Angeli, 2007) dopo aver eseguito una breve ma precisa disamina degli ormai chiari fattori eziopatologici, compresi quelli genetici che sono all’origine del cancro, pone un quesito assai interessante e si interroga su quale sia quel “quid” che dia l’inizio alla replicazione della cellula tumorale e quindi alla formazione del tumore. La domanda è: “Che cosa altera questo equilibrio funambolico ma efficace da cui dipende la sanità di un organismo?”

6. Il cancro: un insieme di cellule difettose

Le scienze mediche hanno ormai appurato che l’origine di ogni massa tumorale è data dall’alterazione del DNA di una sola cellula dell’organismo, causata da particolari sollecitazioni endogene o esogene all’organismo stesso. Il danno arrecato al DNA della cellula genera una proliferazione cellulare alterata e incontrollata rispetto alla cellula madre. Il tumore è infatti una proliferazione abnorme di cellule alterate rispetto alle normali, che possiedono delle peculiarità:
1. sono atipiche rispetto alle cellule tissutali attigue; 2. sono afinalistiche, in quanto sia la replicazione che il funzionamento non sono finalizzate al funzionamento salutare del tessuto di cui fanno parte; 3. sono indifferenziate, in quanto le cellule tumorali perdono gran parte dell’identità del tessuto a cui appartengono (anche se mantengono comunque sufficienti caratteristiche per poter risalire al tessuto di origine). Queste caratteristiche sembrano essere la risultante di uno squilibrio del normale programma di replicazione e di differenziazione cellulare. La cellula tumorale è infatti una cellula in cui il processo di replicazione prevale o prevarica quello di differenziazione. Sembra che la formazione neoplastica sia la risultante di una sola “cellula precursore”, che a causa del danno subìto al DNA, comincia a riprodursi in maniera anomala ed abnorme, perde la sensibilità rispetto ai meccanismi soppressivi della replicazione, diventa invasiva nei confronti delle cellule sane attigue e, una volta entrata nel flusso ematico, attraverso questo meccanismo dà origine al processo metastatico. Per quanto sopra riportato, per diversi anni si è teso a identificare il tumore come una malattia genetica della cellula con una componente anche di tipo ereditario; attualmente si tende a considerare l’ereditarietà come un possibile fattore di rischio, ma non necessariamente un destino. E’ infatti oggi appurato che i fattori “mutageni” del DNA della cellula possano essere di tipo sia endogeno che esogeno e che il cancro sia da considerarsi una patologia multifattoriale.
Per amor di sintesi, qui di seguito verranno enumerati i maggiori e più frequenti fattori di rischio per l’insorgenza di patologie neoplastiche:
1. tabagismo
2. consumo di alcol
3. regime alimentare inadeguato
4. sedentarietà
5. esposizione a sostanze chimiche cancerogene
6. infezioni e infiammazioni croniche
7. immunodepressione
8. reflusso gastrico
9. esposizione a radiazioni
10. fattori genetici.

L’organismo è sottoposto continuamente ad esposizioni a questi fattori e d’altra parte è noto che la cellula abbia una sorta di programma di autoriparazione rispetto ai danni subiti; vi è poi inoltre un meccanismo di “autodistruzione” della cellula stessa detta “apoptosi”, qualora non vi sia la possibilità che il DNA del genoma cellulare sia recuperabile. L’apoptosi dunque è una difesa che l’organismo possiede contro la proliferazione di cellule geneticamente alterate. La formazione neoplastica avviene dal momento che le cellule alterate perdono la suscettibilità al segnale apoptico.

7. Questione di geni

Le statistiche in materia confortano l’ipotesi che vi sia una predisposizione ereditaria almeno per alcuni tumori. Sono stai individuati dei “tratti” genetici che possono predisporre all’alterazione del genoma e dunque all’insorgenza del tumore. Questa caratteristica è più considerata una concausa, piuttosto che un reale fattore di rischio.
Attualmente sono note due classi di geni coinvolte nella patogenesi tumorale: 1. gli oncogèni e gli onco-soppressori.
Gli oncogèni sono geni che si trovano all’interno di cellule sane, ma che presentano di per sé un’alterazione, che dà luogo alle oncoproteine, ovvero cellule proteiche derivate da una sintesi difettosa relativa alla proliferazione cellulare. L’attivazione degli oncogéni infatti dà inizio alla proliferazione senza controllo delle cellule.
Gli oncosoppressori sono geni che abitano la cellula normale e hanno la capacità di regolare il processo mitotico della stessa; hanno dunque la funzione di regolare il ritmo della riproduzione cellulare.
L’ipotesi più in auge al momento relativa all’oncogenesi sostiene che essa sia la risultante di uno squilibrio del rapporto fra oncogenèni ed oncosoppressori, ovvero che vi sia un’attivazione degli oncogèni, causata da un’inattivazione dei geni onco-soppressori, specie per alcuni tumori. Fra le patologie oncologiche direttamente generate da questo processo vi sono il retinoblastoma, il neuroblastoma e quelli provocati da alcuni virus come nel caso del papillomavirus.
Recentemente sono state individuate alcune patologie tumorali con comprovata ereditarietà, che sembrano essere dovute all’alterazione dell’equilibrio oncogéni/oncosoppressori; due di queste sono la neurofibromatosi di tipo I e la poliposi del colon.

8. Questione di Sistema Immunitario

Come si è descritto sopra l’organismo non è affatto sprovvisto di armi contro la cancerogenesi; oltre alle difese da parte degli oncosoppressori e dell’apoptosi, una funzione di difesa fondamentale è a carico del Sistema Immunitario.
Il Sistema Immunitario (SI) ha la facoltà di individuare, attaccare e distruggere la cellula tumorale, in quanto riconosciuta come anomala, estranea e dunque dannosa per l’organismo. Questa capacità viene acquisita da parte dell’organismo durante la fase embrionale e fetale, parallelamente allo sviluppo dei vari apparati, durante la fase di sviluppo che viene chiamata di differenziazione. Successivamente tutto l’organismo con i vari apparati subirà soltanto uno sviluppo tendenzialmente volumetrico e maturativo di alcune funzioni.
La “specificità” del SI di riconoscere corpi o sostanze estranee e dunque nocive, è ciò che garantirà la sanità dell’organismo durante la propria esistenza.
Il Sistema Immunitario ha tre funzioni fondamentali:
1. difende l’organismo dalle infezioni batteriche e virali;
2. elimina le strutture degradate dell’organismo;
3. individua ed elimina le cellule tumorali, riconoscendole come “estranee” all’organismo.

lo stress causa il cancroQuesti processi avvengono attraverso due attività di cui è dotato il SI: l’immunità umorale (anticorpo-mediata) e l’immunità cellulare, che è quella coinvolta nel processo neoplastico.
Dal momento che l’organismo entra in contatto con un corpo estraneo (antigene), il SI lo riconosce come un patogeno e successivamente attiva una risposta specifica per debellarlo. Questo meccanismo riesce ad imparare dall’esperienza, dunque a “memorizzare” i contatti avvenuti con antigeni precedenti e riconoscerli, mettendo in atto strategie difensive selezionatesi nel primo contatto. Questo tipo di risposta immunitaria è altamente specifica e come detto dotata di memoria. Questo è il processo alla base dell’ immunità naturale, vaccinale e delle sensibilizzazioni allergiche. La risposta immune è a carico prevalentemente di alcuni globuli bianchi (leucociti).
A loro volta i leucociti comprendono due tipi di cellule:
1. le cellule fagocitiche o fagociti (granulociti, neutrofili, monoliti, macrofagi) che, come suggerisce il nome, fagocitano l’antigene e lo “digeriscono” attraverso l’azione di enzimi litici;
2. le cellule linfocitarie o linfociti (Linfociti B, e Linfociti T, linfociti, Natural killer)
I linfociti B sono attivi contro virus e batteri, mentre il Linfociti T hanno un’alta specificità di azione e quindi sono particolarmente atti a riconoscere differenti tipi di antigeni.
I linfociti T si è solito suddividerli in vari sottogruppi in base alle differenti funzioni:
a) T Helper o CD4, che attivano i linfociti B;
b) T Suppressor , che ne sopprimono l’azione;
c) T Citotossiche o (CD8) che distruggono le cellule contaminate da virus.
Le diverse funzioni del linfociti T si esplicano sia attraverso un’azione diretta sulla cellula, che attraverso la produzione di mediatori solubili: le “citochine”. Queste sostanze sono state negli ultimi anni fonte di particolare attenzione da parte del mondo medico, perché rappresentano il nuovo orizzonte della lotta contro il cancro, confortando ulteriormente gli approcci di cura attraverso l’azione ed il supporto del SI.
Un altro importante gruppo di linfociti coinvolti nell’oncogenesi è quello dei “Linfociti Natural Killer”(NK). Essi sono morfologicamente più grandi degli altri, perché all’interno del loro citoplasma vi si trovano dei granuli secernenti enzimi litici, attivi sia contro virus, quali vari tipi di herpes che citomegalovirus, sia contro le cellule tumorali.

I più recenti studi in materia attestano che il sistema immunitario svolge un ruolo determinante nello sviluppo o meno dei tumori, a causa delle sue molteplici funzioni nei confronti dei continui effetti potenzialmente “mutageni” a cui la cellula normalmente è sottoposta.

E’ dimostrato che esso infatti sia implicato nei processi infiammatori e riparativi dei tessuti e che dal suo buon funzionamento dipenda la difesa dell’organismo da parte di aggressori patogeni sia esogeni ( es. virus e batteri) sia endogeni ( es. cellule cancerose).
La cellula tumorale dunque ha necessità di alcune condizioni che possano facilitarne la crescita e la riproduzione. In primo luogo che si alterino gli equilibri di difesa esistenti nell’organismo sia di tipo genetico che immunitario. E’ noto inoltre che essa per il suo accrescimento abbia necessità dei cosiddetti “fattori di crescita”, ovvero sostanze “nutritive” che facilitano l’accrescimento della cellula anomala. Fra le sostanze implicate nella cancerogenesi troviamo ad esempio l’IGF-1 (Insuline Growth Factor) correlata al consumo eccessivo di zucchero e farine raffinate. L’IGF-1 è implicata sia nell’aumento dei processi infiammatori che nella produzione del testosterone, da cui ha luogo anche la formazione dell’estrogeno. Ambedue questi ormoni sono favorenti la replicazione cellulare in genere e quindi anche quelle cancerose.
E’ stato poi accertato che:

 

  •  la cellula cancerosa si insedia in tessuti infiammati o in fase di rinnovamento cellulare;
  • non essendo essa dotata di una adeguata rete capillare, la cellula tumorale ha necessità di utilizzare tessuti particolarmente irrorati e dotati di una spiccata capacità di angiogenesi;
  • il cancro può avere una base genetica, ma non è una malattia ereditaria;
  • la cellula cancerosa è tendenzialmente indifferenziata e tende ad espandersi nell’organismo attraverso i vasi sanguigni;
  • per la sua indifferenziazione ha grandi capacità trasformative e a diventare resistente ai trattamenti, in maniera molto simile a quanto avviene nella relazione virus – antibiotico;
  • nell’organismo sano si sviluppano cellule cancerose;
  • il sistema immunitario è in grado di riconoscere queste le cellule cancerose e di distruggerle;
  • la cellula cancerosa si avvantaggia delle condizioni in cui il sistema immunitario subisce delle debilitazioni;
  • alcuni soggetti che presentano molti fattori di rischio non sviluppano patologie neoplastiche, mentre altri che non ne presentano invece sì.

9. L’adrenalina e le emozioni negative

Sulla base dell’ultimo punto elencato nel paragrafo precedente, si può ipotizzare, che vi sia un agente “x” che influisca sul DNA e che ad un certo punto attivi una replicazione cellulare “anomala”.
Un altro dato ormai certo è che vi sia una correlazione negativa fra livelli di depressione ed ansia e difese immunitarie, specie se persistenti. Condizioni di disagio psichico, quali ad esempio ansia, depressione, sentimento d’impotenza, d’isolamento ed esclusione, determinano una diminuzione sia del numero che della qualità delle cellule Natural Killer (NK) e sui linfociti T citotossici.
In sintesi potremmo dire che il sistema immunitario funziona a regime quando un soggetto è in una condizione umorale positiva.
Come è noto l’adrenalina è per antonomasia il neuromediatore dell’arousal organismico e uno di quelli che ha una stretta relazione con la reazione “attacco – fuga” e la reazione da stress.
Nelle suddette reazioni entra in gioco anche la produzione di noradrenalina e cortisolo. Queste sostanze attivano l’organismo in modo tale da far fronte al “pericolo” ed alle eventuali “ferite”; dunque stimolano la produzione delle suddette sostanze, che sono anche dei potenti infiammatori, necessari per la riparazione di tessuti.
Relativamente al rapporto che vi è fra adrenalina e cancro molti studi evidenziano che abbia le seguenti azioni dirette sulle cellule cancerose:

  • è un catalizzatore dei processi infiammatori;
  • ha un’azione stimolante diretta sulla replicazione cellulare;
  • aumenta l’irrorazione sanguigna e l’apporto d’ossigeno;
  • è uno “stimolante” per l’accrescimento e la longevità cellulare;
  • aumenta il potere metastatico.

Per quanto sopra riportato sembra quindi plausibile che il fattore “stress” sia da considerare come un possibile fattore “x”: un fattore (o un co-fattore) quindi in grado in primo luogo di alterare il funzionamento e l’efficacia del sistema immunitario ed in secondo luogo di funzionare da catalizzatore sui processi di replicazione già in atto della cellula tumorale; dunque un fattore determinante alla base sia dell’eziologia del tumore, dello sviluppo, delle recidive tumorali e quindi anche delle aspettative di vita.
La letteratura di stampo psicologico è assai ricca di ipotesi suggestive relative all’origine psicogena del cancro, ma in questa sede si orienterà la trattazione puntando l’obiettivo sulla letteratura su basi psicobiologiche , intendendo la relazione mente- corpo come un’interrelazione con un andamento circolare.
Come sopra riportato, la suscettibilità di un soggetto ad ammalarsi di cancro è variegata; la reazione da stress è sicuramente da considerarsi uno dei fattori capace di alterare l’equilibrio difensivo dell’organismo e dunque di creare i presupposti affinché cellule “difettose” possano cominciare a replicarsi a dismisura senza inibizione fino a formare il tumore. Fra le condizioni stressanti più studiate nella relazione fra mente e cancro troviamo il sentimento di perdita e di impotenza.
I sentimenti di lutto e perdita sono quelli più statisticamente presenti nella ricerca sulla relazione fra stress e cancro. In tale ambito l’evento di perdita è da considerarsi non solo in termini di lutto per la morte di una persona cara, ma in un’accezione più ampia, ovvero comprendente tutte quelle condizioni esistenziali, capaci di generare sentimenti abbandonici, di solitudine, di minaccia per la propria sopravvivenza psicofisica e di relativo senso d’impotenza rispetto alla possibilità di fronteggiare tale condizione. E’ necessario chiarire che l’evento luttuoso di per sé non è “patogeno”; lo può essere però la reazione individuale del soggetto al lutto, l’ambiente circostanze e i significati attribuiti all’evento stesso; si può generare infatti un “clima emotivo” interno e/o esterno di tipo depressivo, correlato a sentimenti di perdita di sicurezza, d’impotenza e di minaccia alla propria esistenza che, come accennato sopra, sono le condizioni psicobiologiche capaci di elicitare anche negli animali la Reazione da Stress e la condizione dell’ ”Esaurimento Emotivo”, come già evidenziato nei succitati topi di Hamilton. Situazioni di stress intensi sia cronici o acuti possono avere una ricaduta negativa sul funzionamento del SI e sulle capacità dell’organismo di fronteggiare la situazione. Se consideriamo il vissuto di perdita e disperazione, secondo il modello PNEI, la perdita dell’equilibrio precedente comporta un’alterazione del funzionamento del Sistema Noradrenergico, Dopaminergico, degli oppioidi endogeni, alterazione del ritmo sonno- veglia e relativa alterazione del ritmo circadiano del cortisolo, ormone della crescita (GH), attivazione della corticotropina (CRH) e dell’asse ACTH- cortisolo, con relativo accelerazione della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa, aumento del tono muscolare, aumento delle catecolamine plasmatiche e urinarie, alterazione della funzionalità del SI. A queste condizioni biologiche si possono sommare le conseguenze biologiche correlate alla messa in atto di comportamenti a”rischio” o “non protettivi” per la salute, quali fumo di sigarette e consumo di droghe, alterazione del comportamento alimentare sia in termini quantitativo che qualitativo, consumo di alcolici.
Questa condizione alterata sia sul piano psicobiologico e comportamentale, se persistente, potrebbe rappresentare quel fattore “X” capace di innescare l’inizio dell’oncogenesi, in un organismo che nella condizione precedente al lutto era riuscito ad essere “vigile” e proattivo e quindi capace di mantenersi “sano”.

Emozioni positive/negative e cancro: la prova del nove

Anche in tale ambito le ricerche sono numerosissime e riguardano soprattutto campioni di soggetti “post hoc” rispetto all’insorgenza di patologie tumorali.
Fra quelle più pionieristiche e per questo più famose, anche grazie ad una rispettabilissima numerosità del campione e sistematicità nel rigore scientifico, troviamo le succitate ricerche di D. Spiegel. L’autore ha riscontrato che donne affette da tumore mammario che seguono un percorso di cura integrato con la partecipazione ad una psicoterapia di gruppo di tipo supportivo- esperessivo, hanno una sopravvivenza maggiore rispetto al controllo anche a distanza di dieci anni dalla diagnosi. La psicoterapia di gruppo risultò essere particolarmente benefica perché durante il suo svolgimento le partecipanti impararono ad esprimere ed elaborare proattivamente i sentimenti di rabbia e di impotenza generati dal vissuto di malattia, togliendole di fatto dalla condizione di “freezing” precedente. Questa modificazione del vissuto di malattia plausibilmente ebbe una ricaduta anche sul piano dell’attivazione psicobiologia, ripristinando nell’organismo una condizione di maggior equilibrio e dunque un miglior funzionamento dell’apparato difensivo dell’organismo. Questo studio, pubblicato su “ The Lancet” nel 1989 risultò una pietra miliare per validare la relazione esistente fra condizioni psicologiche e malattia fisica.
Recentemente è stato pubblicato, su Brain Behavior and Immunity ( Witek-Janusck et al. August 2009; 22: 969-981), uno studio realizzato 75 donne a cui era stato diagnosticato un tumore al seno e che erano state operate. Il campione è stato diviso in due gruppi: uno ha seguito un corso di 8 settimane, con una seduta settimanale di due ore e mezza ciascuna, di apprendimento di tecniche antistress e meditative; l’altro invece ha funto da controllo.

Alcuni studi svolti da Levy S.M. (“Behavioural Medicine” 1991, 17 -2 p.p. 67-75) e da Chida Y. (Nature Clinical Practice Oncology (2008) 5 (8) ) attestano che fra le donne colpite da cancro al seno, quelle che riuscivano a reagire meglio alla condizione di malattia l’attività dei NK era più spiccata rispetto a quelle che sviluppavano sentimenti d’impotenza e stati depressivi. Evidenze non risolutive e relative a distress importanti attestano che un certo grado di evidenza era rintracciabile in una meta-analisi solo per lutti che coinvolgono il coniuge (Duijts, Int J Cancer 2003; 107: 1023-9) Altre evidenze riguardavano donne con cancro al seno, dove uno studio finlandese su oltre 10.000 donne ha messo in luce che divorzio\separazione e morte del coniuge raddoppiano il rischio di tumore al seno (Lillberg, Am J Epidemiol 2003; 157: 415-23).
Recentemente una meta-analisi del gruppo di psicobiologia dell’Università di Londra (Chida, Steptoe, Nature Clinical Practice Oncology 2008; 5:466-475) realizzata su 165 studi controllati, pur con tutte le cautele del caso, conclude che lo stress psico-sociale è correlato a un aumento dell’incidenza di cancro, a una peggiore prognosi e a un aumento della mortalità.
Altri studi svolti da S. Lutgendorf (Journal of Clinical Oncology, 2005, 23 (28) pp. 7105- 13) attestano che donne affette da cancro alle ovaie che si sentivano amate e sostenute dai loro cari e da una rete familiare e sociale, presentavano un tono dell’umore più elevato che correlava con delle cellule NK più combattive rispetto a quelle che si sentivano sole, abbandonate e disperate.
La letteratura a suffragio della dimostrazione di un funzionamento correlato fra mente e corpo nel cancro (e non solo!) è sempre maggiore e sempre più accolta in ambiti scientifici d’eccellenza.
Leggendo questi risultati in ottica PNEI non c’è del resto molto da stupirsi , visto che sembrano la conferma di un funzionamento a network dell’organismo e quindi che ad una condizione “depressa” della mente corrisponda un funzionamento “depresso” del corpo e nella fattispecie del SI; del resto a ragion veduta oggi sembra sia sostenibile pure il contrario, aprendo l’orizzonte ad una necessaria visione dell’organismo come un “tutto” e dunque da trattare nella sua complessità e allo stesso tempo specificità .
Ciò che ne consegue è la imperiosa necessità di un lavoro interdisciplinare di cura che possa agire contemporaneamente sul livello “micro” e “macro” dell’organismo.

Bibliografia di riferimento

Biondi M. “Mente, cervello e sistema immunitario”ed. McGraw-Hill.1997
Bottaccioli F. “Psiconeuroendocrinoimmunologia” ed. Red
Bottaccioli F. “La medicina per la filosofia, la filosofia per la medicina”, ed Tecniche Nuove 2010
Boukaram C. “Il potere anticancro delle emozioni” ed. Urra, 2011
Legnani W. et al. “Strane coincidenze” Ed. F. Angeli 2003.
Pancheri P. “Stress, emozioni e malattia. Introduzione alla medicina psicosomatica” ed.Mondadori, 1980.
Servan –Schreiber D. “Anticancro” Sperling Paperback, 2011
Slaposky R. “Perché alle zebre non viene l’ulcera”, ed. LIT 2011
Solano L. “Tra mente e corpo. Come costruire la salute” ed. Cortina, 2001
Spiegel D., Classen C. “Terapia di gruppo per pazienti oncologici” McGraw-Hill, 2003
Tschuscke Volker “Psiconcologia. Aspetti psicologici dell’insorgenza e delle capacità di adattamento al cancro”CIC Edizioni Internazionali, 2008
Villarini A. et al.”Prevenire i tumori mangiando con gusto. A tavola con Diana”, Sperling & Kupfer, 2013


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